domenica 20 agosto 2017

Raccontando la storia di un certo signore che di nome fa David Copperfield

Sono trascorsi all’incirca sei mesi dalla prematura scomparsa del Sig. Copperfield, quando il piccolo Davy decide di fare la sua comparsa nella calda dimora di Blunderstone, nel Suffolk inglese, ed essere accolto dagli amorevoli occhi della giovane madre e le affettuose braccia della governante Peggotty.
Così ha inizio la storia di David Copperfield pensata dal suo autore, Charles Dickens, come la narrazione delle avventure di questo giovane figlio dell'era industriale. Raccontando le mille peripezie che l'orfano è costretto a vivere - dai perfidi Mr. e Mrs. Murdsone (rispettivamente secondo marito e cognata della madre di David), gli inseparabili amici Steerforth e Thomas Traddles, gli innumerevoli amori di Dora Spinlow, Agnes Wickfield e altre passioni più leggere e passeggere, i traditori come Uriah Heep e i profondi affetti come quello di Zia Betsey Trotwood e dell’eccentrico Sig. Dick - Dickens tratteggia a regola d'arte la società britannica dell'epoca industriale schiava del lavoro e costretta allo sfruttamento.
A mio giudizio Dickens è perfettamente riuscito a rendere la sensazione del dramma che si compie all’interno del personaggio principale,suo alter-ego, riuscendo anche ad inserire all'interno della narrazione divertenti aneddoti riguardanti, in specifico, le imprese amorose di Davy.
Bisogna tuttavia prestare molta attenzione all'abile penna di Dickens poiché capace di provocare forti emozioni!
Addentrandovi nel romanzo vi troverete infatti a vivere differenti stati d'animo: da un forte ribrezzo sviluppato verso tutti i rappresentati della classe dirigente dedita unicamente al guadagno, passando per la tristezza e la tenerezza provocate dalla magistrale analisi della condizione psicologica dei personaggi, per giungere all'orgoglio dovuto alla tenacia con cui gli stessi riescono sempre a trovare un motivo per reagire alle difficoltà della vita.
Detto questo, ammetto di aver particolarmente apprezzato il personaggio di Betsey Trotwood: rapida e indisponente comparsa posta all'inizio del romanzo, si ripresenta ai due terzi come zia devota, forte donna di mondo e debole vittima di una errore di gioventù, che saprà riscattare se stessa e regalare al suo giovane nipote un promettente futuro.
Insomma, il David Copperfield di Dickens non è sicuramente una lettura facile. Eppure, nonostante ciò, credo di poterla consigliare a qualsiasi lettore senza nessuna avvertenza. Salvo un piccolo particolare: il romanzo conta la bellezza di 858 pagine e una quantità di personaggi da non riuscire a tenerne memoria!
Ma DOVETE leggerlo anche a piccole dosi giornaliere, anche perché la sua struttura si presta molto bene alla lettura frammentata.
Non abbiate timore di dimenticare ciò che avete letto perché non accadrà!

P.S. La versione che io ho letto, e che potete vedere nell’immagine riportata sopra, è datata 1948 ed è stata tradotta e illustrata da Cesare Pavese per la casa editrice Einaudi.
Vi lascio immaginare l'emozione di avere tra le mani un testo del genere...

venerdì 18 agosto 2017

Lavori in corso!!!


Cari lettori, buongiorno!
Quest'oggi ho deciso di mettervi al corrente di un radicale cambiamento che stravolgerà, quasi totalmente, il nostro piccolo spazio dedicato alle letture.
Sapete, mano a mano che si accumula esperienza, si conoscono persone e si svolgono attività legate ai libri, arriva un momento in cui ci si rende conto di dover apportare significative modifiche al proprio progetto affinché questo possa svilupparsi al meglio.
Ebbene questo momento è finalmente giunto anche per me e per il mio Blog!
Per questo motivo, a partire dalla prossima pubblicazione, vi scontrerete con recensioni più brevi (per la gioia di molti, credo! 😉) e pareri più schietti.
Non troverete più lunghe citazioni all'interno dei post pubblicati sul blog, poiché esse verranno riportate unicamente all'interno della pagina dedicata di Facebook (https://www.facebook.com/guidagalatticaperlettori/) e Twitter (https://twitter.com/memini91), e mancherà completamente l'appuntamento mensile con La Guida consiglia. Questo accade per il semplice motivo che consiglio e recensione saranno completamente integrati in un unico  e nuovo modello di post.
Ho deciso di mutare il mio metodo sotto il consiglio di una cara libraia, molto spesso citata nei miei post (Libreria Fahrenhei 451 di Piacenza di Sonia Galli), e grazie al sostegno di tante altre persone che mi hanno seguito fin dai primi passi e che mi dispensano sempre consigli preziosi.
Mi auguro che questa novità possa essere un modo per darvi la possibilità di conoscere un po' meglio i libri di cui vi parlo e che questo mio piccolo spazio possa diventare luogo di incontro per un pubblico di lettori sempre più numeroso.
Per ora ringrazio tutti coloro che mi hanno supportato fino a questo momento e tutte le persone che si vorranno aggiungere, in futuro, a questa esperienza!

P.S. Segnalo, per chi fosse interessato e avesse un profilo dedicato, che sono presente con i miei libri anche su Goodreads (https://www.goodreads.com/).
Per chi non sapesse di cosa si tratta, sto parlando di un sito totalmente dedicato al mondo del libro su cui è possibile leggere recensioni e scambiare i propri pareri con altri lettori.
Unica avvertenza: la pagina è realizzata totalmente in inglese.

A presto!!!

martedì 15 agosto 2017

Un simpatico tentativo di indagine alla Poirot

Penelope Poirot, nipote del leggendario investigatore belga Hercule Poirot, era ormai una celebrità. Esperta critica di gastronomia, scrittrice di successo dopo la pubblicazione del testo La nipote e sostanzialmente tuttologa - come lei stessa ama definirsi - decide, per questa nuova avventura che la vedrà importante testimone di un delitto passionale, di dedicare il suo prossimo reportage all'innata forma di malinconia curata solitamente per mezzo di lunghi viaggi nel ristoratore paesaggio italiano - più specificatamente ligure - e comunemente conosciuto come male inglese.
Così, reduce dalle toscane terre del Chianti, Penelope e la sua fidata assistente Velma Hamilton si preparano per il Grand Tour istituendo come prima tappa l'adorabile Portofino, luogo in cui la nostra protagonista avrà il piacere di apprendere la notizia della riapertura di Villa Travers. Immensa è la gioia di Penelope nel far ritorno alla sua affezionata stanza verde, custode di numerosi e piacevoli momenti dell'adolescenza della donna.
Il soggiorno alla villa sembra scorrere tranquillo. Qualche tensione e qualche bisticcio tra parenti è una condizione del tutto normale, constata tra sé e sé Penelope; specialmente se si tiene presente che, circa una decina di anni prima, proprio nel mare attorno all'abitazione, era scomparso il rampollo di famiglia, tale Samuel Travers e l'accaduto aveva portato alla decisione di abbandonare il luogo teatro di una simile strage. Certo che tra un qualche battibecco e un vero e proprio omicidio vi è una notevole differenza! Osserva la nostra protagonista quando le viene riferito del ritrovamento del cadavere della signora Lea Travers, seconda moglie del compianto Samuel, nel giardino della villa presso un'inquietante angelo di pietra.
Tra alibi contrastanti, testimonianze imprecise e facili accuse, le indagini della polizia e le supposizioni di Penelope si intrecciano fino a svelare un inevitabile epilogo.
goo.gl/cuGgFe
In conclusione, nonostante la scrittura adottata dall'autrice Backy Sharp risulti leggera, rapida e, a tratti, particolarmente ironica, Penelope Poirot e il male inglese - edita dalla Marcos y Marcos -  a mio avviso non riesce a rendere la vera suspense dell'indagine alla  Agatha Christie
Inoltre, la famigerata nipote Poirot non riesce dare ragione delle proprie origini, facendosi sopraffare dai sentimenti e lasciando pieno potere alla polizia di compiere interrogatori e indagini rimanendo sullo sfondo o comunque dimostrandosi semplicemente donna esuberante, intelligente ma non dotata di un particolare acume investigativo.
Aspetti non troppo positivi a parte, ritengo che questo romanzo meriti di essere letto e apprezzato per la sua semplicità.
Chissà, forse Penelope Poirot fa la cosa giusta - sempre edito dalla Marcos y Marcos e primo testo della duologia - da a Penelope la possibilità di dimostrarsi degna erede del bisnonno Poirot!
Io mi concedo il beneficio del dubbio e mi riservo la possibilità di acquistare il primo volume per continuare a divertirmi con le peripezie della simpatica Penelope e della scettica Velma.

mercoledì 9 agosto 2017

Ad ogni ferita il suo cerotto

Mi svegliò una voce dolce. Chiedeva scusa. Il mio sguardo andò a infrangersi di colpo contro sbarre verticali di parole su rettangolini colorati: 􏰀erano i titoli dei libri sullo scaffale. La voce dolce poi diventò una ragazza sui vent’anni. Mi disse che non potevo stare lì per due ordini di motivi: a) la biblioteca chiudeva all’una - era l'una e un quarto; b) non si dorme in biblioteca!

Mauro De Rosa decide di aprire così, con una simpatica immagine, il breve romanzo pubblicato per Antonio Tombolini Editore e dallo strambo titolo Il festival dei cerotti: storie brevi di persone normali alle prese con una vita normale che spesso noi fragili esseri umani tendiamo a nascondere o a dimenticare per evitare che essa provochi, ai nostri deboli cuori, troppo dolore.
Le storie di coloro che sono destinati a diventare i protagonisti di questa breve analisi della quotidianità umana, iniziano a susseguirsi raccontando di strazianti e commoventi stralci di vita atti a far mostra sia dell’oscura capacità dell’essere umano di provare tanto piacere nel provocare dolore o umiliazione sulla pelle e nel cuore di un proprio simile, sia della grande capacità di solidarietà, comprensione e forza che la stessa specie umana riesce a palesare nei momenti del bisogno applicando, appunto, un cerotto sulle proprie ferite per poter essere di supporto a chi di cerotti non può metterne.
Così leggiamo delle dolorose cicatrici di Camilla, giovane fanciulla teneramente amata da quello squinternato ragazzaccio, costantemente ricoperto di lividi vecchi e nuovi, e che non fa altro che recarsi presso la dimora dell’amata per recarle conforto e per trarne esso stesso un po’ di ristoro. Non gli importa delle botte che gli sarebbero nuovamente piovute, come pioggia battente, una volta rientrato a casa; il male provato era profondo, terribile, eppure egli avrebbe continuato ad applicare cerotti sulle proprie ferite per amore della debole e dolce Camilla.
Anita e Rodrigo, giovani sognatori ribelli, sono costretti a mendicare lungo la strada per riuscire a racimolare quel po’ di denaro che avrebbe permesso loro di guadagnarsi un piccolo platano come Anita non ne vedeva da quando aveva abbandonato la sua latina terra d’origine. E, come d'incanto, in una fortunata serata, il prezioso frutto giallo oro si trasforma - con l’utilizzo di un po’ di immaginazione - in una statuetta da Oscar nelle febbrili mani di Anita mentre Rodrigo la osservava in quello che entrambi riconoscono essere un momento di magico riscatto sociale.
Al contrario dei due miserabili, Lola aveva tutto ciò che una donna potesse desiderare: fama, ricchezza e bellezza. Eppure una dose eccessiva di droghe e un bicchiere di troppo strappano alla vita quel dolce e perfetto fiore reso ancora più fragile dal toccante racconto che ne fa colui che condivise la giovinezza con colei che ora può malinconicamente ammirare unicamente sugli enormi cartelloni pubblicitari che se la sono prematuramente portata via.
Olga e Sandro rappresentano l'ordinaria coppia, alle prese con i consueti problemi che un matrimonio o, più in generale, una convivenza posso dare. Coppia normale se non si si considerano gli inquietanti monologhi di Olga relativi alle svariate modalità con cui potrebbe mettere termine alla propria vita nel modo più efficace possibile ma senza creare troppo disturbo all’affezionato Sandro, angelo custode di un’anima perduta e che saprà abilmente salvare.
La rapidissima storia di un incontro amoroso tra lo sconosciuto Diego e l’altrettanto estranea Matilde rappresenta un piacevole intermezzo tra la dura realtà delle vicende raccontate e la futuristica condizione in cui il solitario protagonista dell’ultima storia del breve romanzo, si trova a vivere in compagnia, della tanto perfetta quanto artificiale, moglie Sandra. Infatti, seppur dotata di intelletto e sentimenti, la povera creatura non riesce a comprendere il motivo della segregazione impostale dal marito, il quale nonostante abbia finalmente ottenuto la propria moglie perfetta, sembra vivere in uno stato di malinconia questa sua insolita condizione di carceriere nei confronti di un così perfetto prodotto del progresso tecnologico.
È andata così. Il nostro viaggio era un silenzio-boato quasi religioso in cui noi da blasfemi cullavamo le nostre anime rattoppate con garze e cerotti.

venerdì 4 agosto 2017

SPLASH! SPLASH! Profondo blu

Si erano finalmente decisi Hugo e Morten: si sarebbero avventurati in mare aperto, tra le pericolose correnti delle gelide acque del nord per dare la caccia al leggendario, e temutissimo, squalo della Groenlandia.Così, dopo aver fissato la propria base presso la stazione di Aasjord a Skrova, nell’arcipelago delle Lofoten, si erano equipaggiati e documentati per iniziare la propria ricerca; si erano procurati una lunga e solida catena, esche a sufficienza e con la conoscenza dei mari del marinaio pittore Hugo, con il piccolo RIB pronto a salpare per il mare aperto, nulla avrebbe potuto impedire di tentare l’impresa. Solamente l’irrequieto mare sembrava non voler contribuire all’azione.

Wanted: squalo della Groenlandia di medie dimensioni, lunghezza dai tre ai cinque metri, peso circa seicento chili. Nome latino: Somniosus microcephalus. Muso corto e tondeggiante, corpo a forma di sigaro, pinne relativamente piccole. Partorisce progenie viva. Dimora nell’Atlantico settentrionale e arriva perfino a spingersi sotto la calotta galleggiante intorno al Polo Nord. Preferisce temperature vicine allo zero, ma può anche tollerare acque più calde. Arriva a immergersi fino a milleduecento metri e oltre. I denti nell’arcata inferiore sono piccoli come quelli di una sega, nell’arcata superiore sono altrettanto affilati [...] Oltre ai denti a sega ha, in comune con pochi altri squali, labbra a risucchio che tengono “incollate” le prede più grandi alla bocca mentre le mastica. Ogni accoppiamento è una violenza brutale. C’è di buono che non fa sesso fino a dopo i cent’anni.

Sarebbe stato molto difficile e dispendioso, in termini di energie, andare a caccia di un essere che solamente in rare occasioni faceva la sua presenza più in superficie, specialmente se si è costretti a rimanere sulla terraferma molto a lungo a causa di improvvise e violente tempeste marine.

Fortunatamente le giornate nella stazione di Aasjord si facevano, giorno dopo giorno, sempre più interessanti poiché, mentre Hugo e l'intraprendente moglie si dedicavano alla ristrutturazione della stazione e all’organizzazione di tradizionali ricorrenze, Morten poteva dedicarsi alla lettura di alcuni volumi recuperati a Oslo prima di imbarcarsi per il Nord.
Ed ecco fornita allo scrittore la perfetta imbeccata per una lunga e divertente discesa nei fondali marini tra scienza, storia, poesia e leggende di marinai sopravvissuti ai più terribili mostri marini. Calamari lampeggianti, meduse dai trecento stomaci, draghi acquatici e altre incredibili creature narrate dal cinquecentesco Olao Magno o, più semplicemente, riportate da Jules Verne nel suo Ventimila leghe sotto i mari, sono i protagonisti di questa incredibile avventura tra oceano e terra.
Il norvegese Morten Andreas Strøksnes, con il suo romanzo-documentario Il libro del mare edito da Iperborea, fornisce dunque al lettore una vera e propria seconda esplorazione dopo quella del francese Verne.
Una storia vera raccontata con ritmo incalzante che tuttavia lascia spazio a lunghe e curiose descrizioni di insolite specie marine che tuttavia non si limita alla semplice descrizione biologica ma, trattando il tema del mare, discute anche di ecologia e teoria evolutiva. Pagina dopo pagina il lettore scopre di appartenere sempre di più a quel mondo che ancora gli rimane in gran parte sconosciuto e che, per questo, è in grado di esercitare ancora una forte influenza sull’uomo permettendo al mito del profondo blu di restare in vita.
Un testo da divorare esattamente come l’esca divorata dallo squalo della Groenlandia e che Hugo e Morten avevano sapientemente posizionato sperando, dopo tanta pazienza e perseveranza, di provare l’emozione di incontrare dal vivo, non solamente grandi globocefali e meravigliose orche o rapidi merluzzi, ma la loro ambita preda.

È fuori da ogni dubbio che l’autore intenda emulare come propri modelli il già citato Verne con il famosissimo Ventimila leghe sotto i mari e il tragico Moby Dick di Melville; la differenza tra la leggendaria balena bianca e lo squalo della Groenlandia?

Quest’ultimo riesce nell’intento di liberarsi dalla presa dell’uomo senza creare danno, fisico o materiale, ai due modesti avventurieri che, tra tentare di sopravvivere durante improvvise e violente tempeste marine e incontri altamente ravvicinati con grossi, seppur placidi, cetacei ne avevano già avuto abbastanza.

Hugo era pronto. Piantato con i piedi al fondo del RIB manteneva perfettamente il controllo della canna da pesca, mentre Morten osservava agitato la scena.
A un tratto il mulinello si fermò permettendo a Hugo di recuperare qualche metro di lenza. La preda stava per essere issata, quando tornò ad agitarsi nell’intento di liberarsi.

Il mare si agita, davanti a me vedo l’imponente schiena grigia sparire verso il fondo. Con il nostro amo in bocca, e sei metri di catena che gli penzolano sotto. La vita di questo squalo della Groenlandia non sarà più la stessa dopo l’incontro con noi.

Fu un momento magico.

martedì 1 agosto 2017

La Guida consiglia: "Nanà" di Émile Zola

Erano già le nove e il teatro del Varietà era ancora quasi vuoto. Nella barcaccia e nelle prime file, in quella scarsità di luce spiovente dal lampadario acceso soltanto a metà, poche persone, lontane l’una dall’altra nelle poltrone di velluto cremisi, attendevano. La grande macchia rossa del sipario era immersa nell’ombra; dal palcoscenico non veniva neppure il più piccolo rumore; i lumi della ribalta erano spenti, i leggii dei sonatori erano in disordine. Soltanto su in alto, nel loggione, torno torno al soffitto dove Veneri e Amorini nudi spiaccavano il volo verso un cielo cui la luce del gas dava un colore verdastro, qualche richiamo e qualche risata emergevano sul continuo brusio delle voci, e alcune facce, con in testa cuffie di donna e berretti d’uomo, si vedevano scaglionate in file, l’una all’altra sovrastanti, nei larghi e rotondi vani incorniciati d’oro. Di tanto in tanto appariva una maschera del teatro che , indaffarata e con in mano i biglietti delle poltrone, accompagnava al loro posto un signore e una signora, e questi si accomodavano, lui in abito da società, lei in elegante attillata veste da sera, e lentamente giravano intorno lo sguardo.Due giovani signori presero posto nelle poltrone d’orchestra. Rimasero però in piedi a osservare la sala.« Che ti dicevo, Ettore? » disse il più anziano, un giovanottone coi baffettini neri « simao venuti troppo presto. Era meglio se mi lasciavi finire di fumare il sigaro. »Passava una maschera.« Oh! signor Fauchery » disse in tono familiare « ci sarà da aspettare ancora una buona mezz’ora. »« E allora perché mettono negli avvisi per le nove? » brontolò Ettore, la cui faccia lunga e magra prese un’aria indispettita. « Stamattina Clarissa, che è una delle interpreti, mi ha assicurato che si sarebbe andati in scena alle otto precise. »Per un istante taquero. Alzarono il capo e si misero a frugare con lo sguardo l’ombra dei palchi; ma la carta verde che li tappezzava ne aumentava l’oscurità. In basso, sotto il loggione, i palchi del prim’ordine erano come immersi nel buio di una notte. Nei palchi di proscenio non c’era che una signora grassa e grossa sprofondata nel velluto del parapetto. A destra e a sinistra, il davanti del palcoscenico, drappeggiato a festoni con larghe frange, era vuoto. La sala, bianca e oro e a fregi in verde pallido, era annebbiata come se fosse piena di quella polvere sottile che scendeva dalle scarse lampade del grande lampadario di cristallo.« Ti è riuscito avere il palco di proscenio per Lucia? » domandò Ettore.« Sì, ma ce n’è voluta di fatica... Oh! non c’è pericolo che venga presto, lei! »Ricacciò indietro uno sbadiglio, e poi, dopo un attimo di silenzio:« Sei fortunato che tu non hai mai assistito a una prima rappresentazione… Le Bionda Venere sarà il grande avvenimento dell’annata. Son sei mesi che se ne parla. Ah! caro mio, che musica! che roba!... Bordenave lo sa il fatto suo, è per l’Esposizione che l’ha serbata. »Ettore ascoltava in religioso silenzio. Poi azzardò una domanda:« E Nanà, la nuova stella, quella che fa da Venere, la conosci tu? »« E dai! Si ricomincia, ora! » guardò Fauchery alzando in aria le braccia. « È da stamani che mi si rompe le scatole con Nanà Ho incontrato più di venti persone, e Nanà qui e Nanà là! E che ne so, io? Le conosco forse tutte, io, le buone donne di Parigi?... Nanà è una scoperta di Bordenave. Bella roba, dev’essere! »



Mi sono fatta regalare questo romanzo quando ancora andavo al liceo e studiavo letteratura francese. Presa dall’euforia del nuovo acquisto iniziai immediatamente a leggerlo ma, altrettanto rapidamente decisi di abbandonarlo agli scaffali della mia libreria in attesa di tempi migliori. La narrazione era lenta e complicata; insomma, una noia mortale!
Dopo qualche anno lo stesso libro mi capitò nuovamente tra le mani, così iniziai a leggerne alcune pagine e fu un vero colpo di fulmine!
Che cosa fosse cambiato non so dire, ma mi resi conto di quanto geniale e profonda fosse quella mastodontica opera di analisi dei vizi e delle abitudini di una famiglia - i Rougon-Macquart - e di una Francia distrutta e vittima di ciò che portò con sé la sete di sesso e di potere del ricco corpo sociale del Secondo impero di Napoleone III.
Nanà è un romanzo lungo e difficile in cui il flagello morale dell’umanità viene tragicamente incarnato dalla triste e piccola Nanà, arrivista sociale che si crogiola nell’umiliazione e nella rovina di uomini ricchi attirati con l’inganno.
I nomi da ricordare durante la lettura sono molti e le relazioni che i personaggi instaurano tra di loro sono altrettanto complicate.
Vi posso assicurare che il vostro sforzo sarà ben ricompensato dalla grandiosità del romanzo.

Leggetelo!

giovedì 27 luglio 2017

La custode

I rapporti cordiali e assidui che mantenevo da tempo con Carlo d’Asburgo non necessitavano di ulteriori conferme. Non era preparandogli bocconi prelibati per desco che ne avrei ottenuto il favore, perché Casale era una tessera strategica sullo scacchiere internazionale e io avevo atteso per anni un progetto di equidistanza sia dalla Francia, sia dall’Austria, per essere rispettata come interlocutrice tanto da Francesco di Valois quanto dall’Imperatore stesso. Non avrei certo rischiato la posizione che mi ero guadagnata grazie alla mia arguzia diplomatica per compiacere un capriccio da pollaio dei proconsoli!

Anna d'Alençon fu una donna forte e che seppe sempre far rispettare la propria volontà, tanto da riuscire abilmente a reggere, in totale solitudine, il marchesato del Monferrato dal 1518 al 1530. L’amato marito Guglielmo, che Anna ricorda dolcemente nella sua mente mentre scrive a Margherita, l’ha abbandonata rendendola vedova prima del tempo, la giovane primogenita Maria morì d’inedia dopo il rifiuto da parte del presuntuoso e prestante Federico Gonzaga e il piccolo principe Bonifacio se ne andò in compagnia degli angeli dopo una brutta caduta da cavallo.  
Un passato doloroso dunque che tuttavia non impedì ad Anna di dimostrare la propria forza e la propria tenacia nel complicato territorio della politica europea. Discendente di Carlo Magno e Filippo il bello Paleologo, a questa donna Francesco I di Francia decise di affidare un’importante missione per mano di un giovane ragazzo che recava tra le mani, rese fredde dal tremendo gelo invernale, una lettera redatta dalla regale mano e indirizzata proprio alla marchesa. In essa veniva spiegato che, quel giovane che bussò alla porta del suo castello in una buia e fredda sera d’inverno, era Gearóid Mac Gearait, figlio dell’ultimo Viceré d’Irlanda, futuro conte di Cill-Dara; per questa sua posizione, il poveretto era braccato, ormai da diverso tempo, da alcuni sicari inviati dal re d’Inghilterra Enrico VIII Tudor. A Gearóid si accompagnavo tre insoliti personaggi: il devoto padre Thomas, il valoroso cugino Aralt Mac Gearailt e la timida moglie di quest’ultimo Léan. Incapace di rifiutare un simile incarico, Anna decise di accogliere nella propria dimora l’intera comitiva diretta a Roma, luogo in il ragazzo cui sarebbe stato affidato alle cure del Cardinale Pole.
Dapprima schiva e diffidente nei confronti del burbero cugino Aralt, la marchese ebbe poi modo di scoprire la struggente vicenda che legava i due amanti, Aralt appunto e Léan, concedendosi qualche momento di spensieratezza, mai totalmente priva di preoccupazione, nell’osservare il giovane conte compiere i propri studi di magia e andare alla ricerca di piante ed erbe da lui definisce curative, sempre in compagnia di una simpatica e insolita scimmietta. Era stato il nonno ad insegnargli questa pratica occulta e il giovane sembrava convinto di poter sfruttare questa sua conoscenza nel momento in cui avvenne l’inevitabile. Durante una collutazione con un altro membro della famiglia, il cugino Muiris Mac Gearail, Aralt venne mortalmente ferito dalla spada di quest’ultimo, il quale rimase invece a terra ucciso dalla stessa foga dell’altro. Nonostante la prestanza del guerriero, le condizioni di Aral apparvero, sin dal primo momento, molto serie eppure, profonda fede di Anna e il ritrovato amore di Léan condussero il giovane alla salvezza fornendo al giovane Gearóid la possibilità di scoprire la profondità e la purezza di una fedele devozione in forte contrasto con la fasulla e occulta, seppur affascinante, pratica magica.

Ebbene, io credo che la magia sia la tentazione ultima dell’uomo che pretende di mettersi al posto di Dio. Il mago è colui che trasforma le pietre in pane, che parte alla conquista dei regni della terra e che si getta dal pinnacolo del tempio facendo assegnamento a che qualche strano spirito evocato dall’ombra non lascerà che si sfracelli al suolo. Il mago si fida soltanto di se stesso e affina le sue arti per essere solo, per fare a meno di Dio, inventando una dimensione soprannaturale dai colori a mezzo tra fiaba e incubo, una dimensione a misura dei suoi peccati.

Nonostante la morte di Muiris, Anna consigliò al giovane conte e al proprio seguito di abbandonare il marchesato poiché troppo alto era il rischio che il luogo del nascondiglio del prezioso ragazzo fosse già stato divulgato dal traditore.
I quattro avrebbero presto ripreso il proprio pellegrinaggio verso la Santa Sede trovando riparo presso la dimora di Margherita Gonzaga, terzogenita di Anna e Guglielmo, informata per mano della madre della vicenda e dell’arrivo del giovane conte.

Una donna, che Gearóid vedeva di spalle, era inginocchiata davanti alla tavola dipinta. A capo velato, curvo sulle mani giunte, era immersa in preghiera.[...] Vestiva a lutto, come la madre, ma la ricchezza dell’abito moro, dalle maniche rigonfie e dalla sottana sontuosa, dapprima gliela rese estranea.Finalmente Margherita si volse indietro, perché aveva avvertito di non essere più sola, a dialogare con il Signore.Si volse e sorrise [...]Le somigliava.Nel viso dall’ovale delicato e negli occhi di penetrante ardesia, somigliava ad Anna.[...] E aveva il suo sorriso.Sì, aveva il sorriso forte e soave con cui Anna, marchesa di Monferrato, lo aveva consolato in terra straniera.


In Anna che custodì il giovane mago - edito per Edizioni della goccia - di Maura Maffei, l’ormai anziana marchesa è la voce narrante di tutta la vicenda. Colmo di fede e speranza, quello di Anna, è un vero e proprio romanzo storico che racconta di battaglie lontane, amori sofferti e pericolosi legami familiari attraverso la descrizione di emozionanti scene di vita quotidiana.